Dott.ssa Deborah Feleppa

"La libertà di vedere e sentire ciò che è, invece di ciò dovrebbe essere, era o sarà; la libertà di dire cosa provi e pensi, invece di cosa dovresti; la libertà di provare quello che provi, invece di quello che sarebbe necessario; la libertà di chiedere quello che vuoi, invece di aspettare sempre un permesso; la libertà di assumere dei rischi su te stesso, invece di scegliere di essere solo "sicuro" e di non agitare le acque intorno a te."
VIRGINIA SATIR

CONSULENZA ON LINE

Emergenza CoVID-19 - In questo momento particolare, con il fine di dare il nostro contributo, offriamo la possibilità di fissare colloqui utilizzando la modalità online a distanza (Zoom, TeamLink, Skype).
CHI SONO

Dott.ssa Deborah Feleppa

PSICOLOGA PSICODIAGNOSTA

Sono la Dott.ssa Deborah Feleppa, laureata in Psicologia dello Sviluppo, dell'educazione e del benessere. Mi occupo di consulenza, diagnosi e sostegno psicologico. Ricevo presso il mio studio di Battipaglia, in provincia di Salerno, dove sono a completa disposizione per fornire aiuto e supporto a coloro che stanno attraversando un momento di particolare difficoltà o disagio, e che desiderano raggiungere una condizione di maggiore benessere psicologico. Massima disponibilità.
FORMAZIONE +

Novembre 2017 - (in corso) - Specializzanda in psicoterapia sistemico-relazionale (IV ANNO).

Giugno 2017 - Tutor DSA e ADHD.

11 Marzo 2019 - Abilitazione alla professione di psicologo.

Febbraio 2016 - Marzo 2017 - Master di II Livello in Psicodiagnostica Clinica e Peritale, con votazione di 50/50. Qualifica: Psicodiagnosta.

21 Luglio 2015 - Laurea Magistrale in "Psicologia dello Sviluppo, dell'Educazione e del Benessere. Dottore in Psicologia dello Sviluppo, dell'Educazione e del Benessere.

Febbraio - Luglio 2015 - Attestato di frequenza al Percorso di Eccellenza.

29 Gennaio 2013 - Laurea Triennale in "Scienze e Tecniche Psicologiche", con votazione 106/110. Qualifica: Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche.

Gennaio - Giugno 2013 - Attestato di Competenza in Criminologia.

A.A. 2008 - 2009 - Diploma di Maturità Scientifica. Voto: 100/100.

 

Dott.ssa Deborah Feleppa Psicologa
IL MIO APPROCCIO
Il lavoro che svolgo in stanza di terapia ha come cornice teorica di riferimento l'approccio sistemico-relazionale ad orientamento familiare. Tale approccio parte dall'idea che il sintomo abbia una valenza e un significato "relazionale". La persona è immersa all'interno di una rete di relazioni significative di cui prende parte e pertanto, il sintomo deriva dai rapporti che questa ha con il suo sistema (coppia, famiglia, gruppo dei pari, scuola, ambiente lavorativo).
L'orientamento familiare, inoltre, rivolge l'attenzione alla storia trigenerazionale della famiglia da cui ognuno di noi apprende modelli di comportamento, miti e mandati, doveri e lealtà. Connettendo insieme le trame familiari provenienti dalle diverse generazioni, si risignificano gli eventi e anche il sintomo acquista un valore diverso all'interno della storia di quell'individuo.
DI COSA MI OCCUPO

Psicologia dell'età evolutiva, Psicodiagnosi clinica, Psicoterapia sistemico-relazionale ad orientamento familiare

Coppia, Famiglia, Individuo
La psicoterapia prevede percorsi di tipo individuale, familiare o di coppia. Il percorso psicoterapeutico è volto alla ricerca di quei fattori di mantenimento che concorrono a sviluppare e mantenere la sofferenza individuale, del bambino, della coppia o della famiglia, stimolando le risorse di ciascun membro e rafforzando il funzionamento sia individuale che familiare.
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Difficoltà in età evolutiva, difficoltà relazionali, crisi di coppia, disturbi alimentari, disturbi d'ansia, discontrollo emotivo.
Da sempre mi occupo di tematiche affettive e socio-relazionali sia in età evolutiva che in età adulta nell'ottica della prevenzione e del sostegno a minori, famiglie, individui e coppie, che vivono situazioni di disagio.
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Nell'ultimo anno il mio interesse si è rivolto anche a problematiche nell'area dell'alimentazione (DCA) che coinvolgono sia adolescenti che giovani adulti e che affronto attraverso un approccio di tipo integrato.

Laboratori e lavori di gruppo

GRUPPI

Laboratori psicoeducativi sulle Emozioni
I laboratori psicoeducativi sulle emozioni consistono in attività laboratoriali quali giochi, disegni, role playing, story telling, lavori in piccoli gruppi, che hanno come tema centrale la conoscenza e riconoscimento delle emozioni.
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I laboratori possono essere rivolti sia agli adulti che ai bambini. Il loro scopo è fornire una maggiore consapevolezza di sé e di ciò che si prova, attraverso la scoperta di strategie utili e funzionali per raggiungerla. Perché partecipare? Semplice! In letteratura, gli studi dimostrano che i bambini che possiedono una buona consapevolezza emotiva hanno conseguenze positive sia nelle prestazioni cognitive sia da un punto di vista sociale: sono infatti più empatici e altruisti, sanno stare con gli altri, tollerano meglio le frustrazioni, sviluppano maggiore riflessività, ottengono migliori prestazioni scolastiche. Essi hanno inoltre, una maggiore probabilità di diventare adulti sicuri e fiduciosi di sé, con una buona capacità di problem solving e un maggiore livello di soddisfazione.

Gruppo terapeutico di supporto per genitori - Ambito DCA
I gruppi terapeutici di supporto sono interventi psico-educativi rivolti ai genitori di ragazze che soffrono di disturbi del comportamento alimentare (DCA), tra cui i più conosciuti sono l'anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating disorder.
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I DCA sono patologie complesse caratterizzate da un disfunzionale comportamento alimentare, un'eccessiva preoccupazione per il peso con alterata percezione dell’immagine corporea, a cui si associano spesso bassi livelli di autostima. La patologia colpisce non solo i pazienti ma anche le loro famiglie, che si ritrovano increduli e impotenti e pieni di domande sulle cause e sul dar farsi per aiutare i propri figli. Il percorso di supporto ai genitori si colloca quindi lungo questa prospettiva, ovvero ha lo scopo di fornire strumenti utili per conoscere la malattia, comprenderla nelle sue caratteristiche e nella sua evoluzione, ed essere così di maggiore aiuto per i propri figli. Ai genitori si dà inoltre la possibilità, attraverso il confronto con altri genitori che vivono la stessa esperienza, di sentirsi accolti, sostenuti, coinvolti e aiutati. Il percorso consiste di una decina di incontri della durata di un’ora e mezza, in cui si affrontano temi quali il ruolo delle emozioni nella vita familiare, il miglioramento della comunicazione interpersonale, la conoscenza approfondita dei DCA , il legame col corpo e con la propria immagine corporea, la genitorialità e l'analisi dei bisogni dei propri figli.

Il Gruppo di Parola per bambini con genitori separati
Il Gruppo di parola è un’ esperienza di gruppo per bambini dai 5 agli 11 anni e per i ragazzi dai 12 ai 16 anni, che stanno vivendo o hanno vissuto la separazione o il divorzio dei genitori.
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Con l’aiuto di professionisti esperti, i bambini e i ragazzi possono esprimere liberamente le proprie emozioni, i propri dubbi, le difficoltà che incontrano dando voce ai dubbi e alle domande, trovando sostegno anche grazie allo scambio con loro coetanei. Il gruppo si svolge per 4 incontri, ognuno con un tema specifico, di due ore ciascuno, a cadenza settimanale. Solo durante il secondo incontro è possibile invitare i genitori, per un momento conclusivo di condivisione, molto intenso e significativo per i figli. I Gruppi di Parola sono un intervento preventivo e di promozione del benessere e forniscono strumenti per supportare i bambini e le loro famiglie. Il Gruppo di Parola ha in breve i seguenti obiettivi: aiutare bambini e ragazzi ad esprimere le proprie emozioni, dare loro la possibilità di porre domande e chiarire cosa sta succedendo alla loro famiglia, condividere le proprie esperienze e dialogare con i propri genitori attraverso il gruppo che diventa una preziosa risorsa.

I MIEI ARTICOLI

MY BLOG

"Gli aspetti psicologici e relazionali dei bambini con Disturbi Specifici dell’apprendimento."
Gli aspetti psicologici e relazionali dei bambini con Disturbi Specifici dell’apprendimento. Cosa sono i Disturbi Specifici dell’Apprendimento? I Disturbi Specifici dell'apprendimento (DSA) sono disfunzioni neurobiologiche che determinano importanti difficoltà in specifiche aree dell’apprendimento scolastico.
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Secondo il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali 5 (DSM 5, 2015), si distinguono in: • Dislessia, intesa come una compromissione della lettura in accuratezza, velocità e fluenza e della comprensione del testo; • Disgrafia, con cui si intende una compromissione dell’espressione scritta, nello spelling, nella grammatica e nella punteggiatura; • Discalculia, con cui si indica una compromissione del calcolo, nel concetto di numero, nella memorizzazione e nel ragionamento matematico. Tali difficoltà vengono definite “specifiche” in quanto non sono attribuibili a disabilità intellettive, a ritardo dello sviluppo o a disturbi uditivi o visivi, neurologici o motori e gli individui che ne sono affetti mostrano livelli normali di funzionamento intellettivo. Queste difficoltà interferiscono notevolmente nella realizzazione delle potenzialità dei bambini che sperimentano un calo nelle prestazioni scolastiche rischiando l’abbandono scolastico nel corso della scuola secondaria di secondo grado. I DSA rappresentano un fattore di rischio per importanti problematiche psicologiche. Secondo la letteratura scientifica, infatti, essi sono frequentemente associati a disturbi emotivi, comportamentali e relazionali diventando motivo di grande sofferenza nell’infanzia. Le conseguenze comportamentali un bambino con DSA Un bambino che vive uno o diversi deficit nella sfera dell’apprendimento sperimenterà, soprattutto nella fase iniziale in cui non è stata ancora effettuata una diagnosi, notevoli problematiche emotive che influenzeranno il suo benessere psicologico, la relazione con i propri pari o con gli adulti di riferimento. Vivere un fallimento dato dalla discrepanza tra le prestazioni attese e quelle realmente ottenute, provoca nel bambino una scarsa motivazione allo studio, difficoltà di adattamento, un profondo senso di frustrazione e vergogna, ansia, rabbia e inadeguatezza. Dal punto di vista comportamentale il bambino sarà portato ad evitare le situazioni che lo mettono nella condizione di sperimentare tali vissuti rifiutandosi ad esempio di leggere a voce alta in classe ed evitando tutte le attività che richiedono la lettura, la scrittura o il calcolo. Alcuni bambini potranno reagire in maniera esplosiva risultando oppositivi e aggressivi; altri potranno manifestare reazioni comportamentali di tipo più implosivo, come ad esempio lamentele somatiche, colpevolizzazioni, isolamento, disimpegno, chiusura. Le conseguenze emotive e socio-relazionali di un bambino con DSA Il susseguirsi di risultati fallimentari e le aspettative negative su di sé minano l’autostima e il senso di autoefficacia, provocando nel bambino una visione negativa del mondo e di sé, come inadeguato e inferiore, sfiducia nelle proprie capacità e atteggiamenti rinunciatari. Il senso di colpevolezza porterà a difficoltà relazionali con pari, rispetto cui si sentiranno goffi e non accettati. Dal punto di vista psicopatologico, la letteratura dimostra un rischio maggiore di sviluppare patologie quali ansia e depressione, fobia scolastica, aggressività, demoralizzazione e disistima di sé, inibizione, somatizzazioni, difficoltà relazionali, oppositività e isolamento sociale. Tutto questo genera inoltre, nelle famiglie un aumento della conflittualità. In adolescenza, queste difficoltà sfociano nell’abbandono scolastico e in problematiche di carattere sociale, in particolare nell’integrazione tra pari. Il ruolo della scuola e dei genitori: la diagnosi precoce Spesso nell’ambiente scolastico e familiare, erroneamente vengono attribuiti i comportamenti di evitamento a svogliatezza e a scarso impegno scambiando l’insuccesso del bambino, che viene così rimproverato, per pigrizia o disattenzione. E’ importante che l’adulto invece, colga subito le difficoltà del bambino attivando tempestivamente i servizi specialistici per effettuare un approfondimento. Riuscire a fare una diagnosi precoce di DSA permette di poter riconoscere il problema ed intervenire il prima possibile fornendo al bambino tutti gli strumenti necessari per il suo apprendimento e per il suo benessere psicologico. Sia la famiglia che l’istituzione scolastica devono diventare un supporto e un sostegno per il bambino rinforzando i suoi successi. Sarebbe inoltre utile formare il gruppo classe al rispetto della diversità, all’accoglienza dell’altro, informarlo sulle caratteristiche del disturbo per evitare pregiudizi ed esclusione del compagno in difficoltà. Il ruolo dello psicologo Lo psicologo è il professionista che ha le competenze e gli strumenti per formulare una diagnosi di DSA descrivendo lo sviluppo dell’apprendimento ed eventuali difficoltà emotivo-relazionali. Egli potrà proporre un progetto riabilitativo logopedico, un trattamento di potenziamento cognitivo e un percorso di sostegno psicologico, partecipando attivamente alla progettazione e al monitoraggio delle diverse attività. Infine, potrà impegnarsi in consulenze di supporto a scuola e famiglia. Al bambino potrà spiegare la diagnosi e in cosa consiste sottolineando che le difficoltà sono legate ad aspetti neurobiologici e sostenendo le sue risorse e capacità. Dott.ssa Deborah Feleppa, psicologa e psicodiagnosta

"Educare all’affettività: apprendere le proprie emozioni attraverso i laboratori psicoeducativi e ludico-motori."
Conoscere le proprie emozioni e saperle identificare rappresenta un compito importante per strutturare un’adeguata affettività. Una maggiore competenza emotiva, intesa come l’insieme di capacità quali l’espressione, la comprensione e la regolazione delle emozioni in sé e verso gli altri..
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Una maggiore competenza emotiva, intesa come l’insieme di capacità quali l’espressione, la comprensione e la regolazione delle emozioni in sé e verso gli altri, favorisce lo sviluppo di comportamenti empatici, prosociali e socialmente adattivi, quali aiutare l’altro, prendersi cura, condividere, provare solidarietà, e accresce la capacità di rispondere in maniera positiva agli eventi avversi e alle difficoltà quotidiane. La consapevolezza delle proprie emozioni permette inoltre, un miglioramento dell’autoregolazione emotiva e comportamentale, dimensione data dall’integrazione di diverse abilità che consentono di regolare i pensieri, controllare i propri impulsi e modulare efficacemente i propri stati emotivi e il comportamento, in relazione alle richieste del contesto, specie in situazioni complesse, permettendo di attuare la strategia più funzionale per raggiungere i propri obiettivi. Imparare ad ascoltare le proprie emozioni, dando loro un nome e un significato, unitamente ad una buona capacità di autoregolazione, diminuisce il rischio di incorrere in problematiche psicopatologiche e aumenta il benessere dei bambini. Fattori protettivi individuali e familiari a sostegno del benessere psicologico Alcuni autori hanno individuato fattori protettivi individuali e familiari che influenzano positivamente la dimensione psicologica del bambino. Tra questi, Werner e Smith individuano come fattori protettivi di tipo individuale l’autocontrollo, la competenza sociale e comunicativa, la consapevolezza, la fiducia in sé stessi e l’autoefficacia. Tra quelli familiari, l’elevata attenzione riservata al bambino nel primo anno di vita, una buona qualità relazionale tra genitori, il sostegno alla madre nell’accudimento del piccolo, la coerenza nelle regole, il supporto della rete familiare e amicale. Cantoni aggiunge l’ottimismo, l’autostima, la robustezza psicologica, le emozioni positive e il supporto sociale, inteso come essere oggetto di amore e di cure, di stima e di apprezzamento da parte degli altri. Perché promuovere la consapevolezza emotiva già dall’infanzia? I processi di regolazione cognitiva, delle emozioni e del comportamento si strutturano nel corso dello sviluppo con una crescita marcata nell’età prescolare, configurandosi definitivamente intorno ai 36 mesi, quando i bambini sono capaci di produrre strategie mostrando flessibilità nel controllo delle proprie azioni per fronteggiare le richieste dell’esterno. Alcune difficoltà nell’autoregolazione talvolta si manifestano proprio a partire dall’età precoce, influenzando l’apprendimento e il comportamento, dando origine ad individui impulsivi, egocentrici e poco sociali, caratteristiche che spingono i bambini a diventare prepotenti e a non riconoscere l’altro come simile a sé. Già intorno ai 2-3 anni, i bambini diventano consapevoli che gli altri hanno sentimenti distinti e vi rispondono in modo altruistico. Nella tarda infanzia, grazie anche ad una maggiore consapevolezza a livello cognitivo, percepiscono i sentimenti dell’altro come espressioni delle loro esperienze di vita. Alla luce di questi dati risulta importante sostenere i bambini fin da piccoli nella conoscenza dei propri stati emotivi, ponendo un’attenzione costante a ciò che accade “dentro” di noi, promuovendo e incrementando la sperimentazione di emozioni positive e la comprensione di quelle negative, aiutando il bambino ad accogliere quello che vive e a tradurlo come qualcosa di innato, naturale e umano. Il bambino nello sperimentare tutto questo, comincia pian piano ad avere controllo su di sé, a sentire un maggiore senso di autoefficacia e una buona stima di sé e a porsi verso la vita con fiducia ed ottimismo. Cosa possiamo fare per educare alle emozioni e all’affettività? Negli ultimi anni sono stati sviluppati programmi educativi di comprovata efficacia per bambini di età prescolare e scolare con lo scopo di incrementare la frequenza e l’intensità di stati emotivi piacevoli, favorire l’accettazione di sé stessi e degli altri, facilitare il superamento di stati d’animo spiacevoli, aumentare la tolleranza alla frustrazione e favorire l’acquisizione di abilità di autoregolazione del comportamento, incentivando così comportamenti prosociali e cooperativi. Il ruolo degli adulti, genitori, insegnanti o educatori, è dunque quello di guida ed aiuto al fine di fornire ai bambini strategie di controllo di sé e di permettere loro un sano sviluppo psicofisico. Diversi sono gli approcci da poter utilizzare per aiutare i bambini a conoscere meglio il mondo delle emozioni. Di seguito alcuni esempi. Educazione Razionale Emotiva (E.R.E.) Introdotta in Italia da Mario Di Pietro, psicologo e psicoterapeuta, è una metodologia utilizzata in ambito educativo, che deriva da una prassi psicoterapeutica, la Terapia Razionale Emotiva Comportamentale (REBT), ideata dallo psicologo Albert Ellis. Essa ha come obiettivo quello di favorire una crescita affettiva armonica del bambino, permettendogli di realizzare in pieno le proprie potenzialità e il proprio benessere. Il processo di educazione emotiva, con cui si attua tale approccio, è inteso come una strategia volta alla prevenzione del disagio emotivo. Il bambino viene condotto attraverso un percorso didattico ad acquisire consapevolezza delle principali emozioni e dei meccanismi mentali sottostanti e ad apprendere efficaci strategie cognitive per superare e gestire i pensieri e gli stati d’animo negativi, per fronteggiare in modo costruttivo le difficoltà che può incontrare nell’ambiente scolastico e familiare, potenziando quell’aspetto dell’intelligenza che favorisce reazioni emotive equilibrate e funzionali, definita appunto intelligenza emotiva. Laboratori emotivi da svolgere in contesti classe o di gruppo I laboratori psicoeducativi focalizzati sulle emozioni, attraverso l’utilizzo di materiali e attività create ad hoc, hanno lo scopo di esplorare insieme al gruppo o al gruppo classe, la conoscenza di sé e del proprio modo di relazionarsi e di acquisire competenza emotiva, al fine anche di migliorare la qualità della comunicazione interpersonale e di comprendere il valore dell’altro come persona nella sua diversità. E’ possibile insegnare ai bambini e ai ragazzi ad affrontare le difficoltà che si incontrano fornendo strumenti che li rendano sempre più capaci di ridurre l’insorgere di stati d’animo eccessivamente negativi e di potenziare le emozioni positive, promuovendo efficaci stili relazionali e stimolando una maggiore dimensione empatica, innescando dinamiche di gruppo e interne alle classe, volte al rispetto e alla predisposizione verso l’altro, sostenendo una maggiore autoefficacia, autostima e una buona capacità di instaurare e mantenere buoni rapporti interpersonali, fattore predittivo del benessere psicologico. I bambini maggiormente consapevoli delle proprie emozioni aumentano la fiducia in sé stessi, migliorando i risultati personali e le relazioni con gli altri. Laboratori psico-espressivi: uso del corpo e del movimento La conoscenza del nostro mondo interiore può avvenire anche attraverso l’uso del movimento corporeo che permette l’espressione delle emozioni e una maggiore conoscenza del legame mente-corpo. Riconoscere, comprendere ed esprimere le proprie emozioni attraverso il movimento, la respirazione e il rilassamento, è un’esperienza corporea che consente una maggiore consapevolezza delle proprie risposte fisiche ed emotive alle situazioni della vita e di conseguenza un maggiore equilibrio psico-fisico. L’esercizio, la gestualità e il movimento libero permettono la manifestazione di significati interni emozionali, dando voce al proprio vissuto. Il movimento espressivo ha come finalità quello di comunicare uno stato d’animo oppure un’emozione. I bambini, danzando, esplorano e sperimentano il proprio corpo attraverso i movimenti, imparano a conoscere i propri limiti fisici, promuovono il controllo del corpo e l’equilibrio. Il movimento e la danza permettono di integrare sensazioni e vissuti emotivi, che i bambini portano con sé, desiderosi che questi vengano visti, accolti e riconosciuti. I bambini nella danza sentono il loro corpo come qualcosa di intero, armonico e vivo, favorendo l’espressione delle emozioni e il riaffiorare di immagini e fantasie che appartengono alla propria storia. Il laboratorio psicoespressivo e ludico-motorio si configura quindi come un divertente ma allo stesso tempo importante percorso, volto a promuovere il benessere psico-fisico, esprimendo le proprie emozioni attraverso il linguaggio del corpo. Dott.ssa Deborah Feleppa psicologa e psicodiagnosta

"La dipendenza da videogiochi: quando e come intervenire"
Sono sempre più frequenti le mamme e i papà che lamentano l’abitudine costante e continua dei propri figli preadolescenti e adolescenti, di trascorrere gran parte della loro giornata davanti ad uno schermo giocando ai videogiochi!
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Questa attività sembra essersi maggiormente rinforzata con la chiusura delle scuole durante la pandemia, e la necessità di dover rimanere dentro casa ha fatto sì che sia bambini che ragazzi trascorressero un quantitativo oneroso di tempo attaccati a smartphone, tablet, tv e videogiochi, senza limiti di tempo e attività alternative. Ma cos’è la dipendenza da gioco e quando si può parlare di dipendenza? La dipendenza da videogame o “Gaming Disorder” è intesa come l’uso compulsivo dei videogiochi. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS-WHO) ha inserito il Gaming Disorder, nell’undicesima edizione dell’International Classification of Diseases (ICD), la classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati, definendolo più specificatamente come “una serie di comportamenti persistenti o ricorrenti che prendono il sopravvento sugli altri interessi della vita” e inserendolo all’interno della sezione relativa ai disturbi del comportamento legati alle dipendenze. Per Gaming Disorder quindi si intende un modello di comportamento di gioco (gioco digitale o videogioco) persistente e ricorrente, caratterizzato da un mancato controllo sul gioco, una sempre maggiore priorità data ad esso rispetto ad altri interessi e attività quotidiane, e la continuazione o l’escalation del gaming nonostante il verificarsi di conseguenze negative in tutte le aree della propria vita. Affinché il disturbo da gioco possa essere diagnosticato infatti, il modello comportamentale deve essere di gravità sufficiente da provocare una compromissione significativa nel funzionamento della sfera personale, familiare, sociale, educazionale e lavorativa, e reiterarsi per un arco di tempo di almeno 12 mesi. Un po' di dati.. Alcuni dati di una recente ricerca del 2018, svolta dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza Onlus, evidenziano come su un campione di 11.500 adolescenti, i maschi manifestino problematiche maggiori rispetto all’utilizzo dei videogame. Tra i 14 e i 19 anni, il 36% dei ragazzi gioca circa 1,5 ore al giorno mentre l’11% dalle 3 alle 6 ore quotidiane. Nella fascia 11-13 anni sembra essere maggiore l’abuso di tali dispositivi: il 50% gioca in media 1,5 ore al giorno, il 15% dalle 3 alle 6 ore e il 4% più di 7 ore. Il 44% di questi preadolescenti, inoltre, gioca connesso alla rete. Quali sono gli effetti positivi sui bambini? L’uso in sé dei videogiochi tuttavia, non crea dipendenza. Un utilizzo ben controllato e non eccessivo del gioco può avere numerosi effetti positivi, tra cui lo sviluppo di alcune capacità come quella di prendere decisioni velocemente, di affrontare le difficoltà, di prendere iniziative e assumersi dei rischi, favorire l’apprendimento del lavoro di squadra, come nel caso dei giochi multi-player, l’allenamento alla perseveranza, la cooperazione e il rispetto di spazi, regole e tempi dell’altro, la gestione della frustrazione e dei fallimenti. Vengono inoltre stimolate le abilità manuali e percettive come la coordinazione oculomotoria, la comprensione dei compiti da svolgere, la capacità di gestire e raggiungere obiettivi, l’allenamento all’autocontrollo e alla gestione delle emozioni connesse all’esercizio di un compito. I giocatori acquisiscono infine apprendimenti specifici su alcune tematiche e conoscenze relative a terminologie tecniche e a modalità procedurali relative ad ambiti specifici a cui si riferiscono le competizioni giocate, migliorano la capacità di lettura, le competenze matematiche e di orientamento spazio-temporale attraverso ad esempio l’utilizzo di mappe di gioco. Quali gli effetti negativi? Gli effetti negativi che il gioco eccessivo può avere sui bambini e sugli adolescenti sono diversi e possono essere di tipo fisico, come mal di testa, mal di schiena, disturbi visivi, sensazione di affaticamento o fatica nel fare le cose, cattiva igiene personale, o di tipo emotivo. Tra questi i bambini, ma anche gli adulti, possono ad esempio presentare maggiore irrequietezza e irritabilità quando sono impossibilitati a giocare, scoppi di ira e comportamenti violenti, senso di apatia e ritiro sociale, isolamento dagli altri per passare più tempo a giocare, disturbi d’ansia, della sfera del sonno e dell’alimentazione, caduta nelle prestazioni scolastiche e trascuratezza di aspetti vitali tipici dell’età evolutiva come la scuola, lo sport, le relazioni con i pari. Possono essere frequenti una costante rimuginio sul gioco con preoccupazione e pensieri su precedenti attività di gioco già svolte o su anticipazioni delle prossime sessioni online e la tendenza a mentire a familiari o ad amici per quanto concerne il periodo di tempo trascorso a giocare. Quando c'è da preoccuparsi? Il circuito della dipendenza non si innesca in modo improvviso ma si instaura gradualmente fino a strutturarsi solo dopo diverso tempo. Il disagio si manifesta quando si verifica un abuso dei giochi elettronici, quando l’utilizzo continuativo e sistematico prende il sopravvento, occupando gran parte della giornata e sostituendosi ad ogni attività quotidiana, condizionando i ragazzi da un punto di vista emotivo e comportamentale. Inoltre, non solo il numero di ore trascorse a giocare ma anche l’apprendimento indiretto, come vedere genitori che utilizzano tablet e smartphone, può rinforzare la condotta scorretta. Il gioco virtuale diventa un mezzo per evadere dalla quotidianità nei momenti di maggiori difficoltà e fragilità, per sperimentare sensazioni nuove, evitare il senso di incapacità o inutilità vissuto in altri contesti e in altre relazioni, in alcuni casi rappresentano dei sostituti di figure genitoriali sempre più assenti. La presenza di uno o più indicatori sopra citati può essere dunque un segnale d’allarme rispetto al viraggio da parte del bambino o dell’adolescente verso la dipendenza, che è bene contrastare fin dagli esordi, chiedendo aiuto ad un professionista esperto in materia. Cosa può fare un genitore? Quando un genitore nota un cambiamento nel comportamento del proprio figlio, riscontrando uno o diversi degli effetti sopra descritti, può rivolgersi ad un professionista al fine di poter comprendere meglio quello che sta avvenendo. Tuttavia, vi sono alcuni interventi psicoeducativi che i genitori possono mettere in atto fin da subito, evitando di restare passivi o indifferenti: - ridurre il tempo di gioco (massimo due ore al giorno ma non tutti i giorni); - introdurre giorni di astinenza totale dal gioco per evitare che diventi un’abitudine quotidiana; - evitare di giocare poco prima di dormire; - non permettere di consumare i pasti durante il gioco; - scandire una routine quotidiana; - proporre attività alternative quali film, passeggiate, lavoretti creativi, letture di libri; - insegnare loro a sfruttare al meglio le proprie capacità in multitasking; - non far perdere loro l’aderenza con la realtà; - porre regole chiare, limiti e confini ben definiti, se necessario ricorrere all’uso del parental control; - trascorrere maggior tempo con il bambino condividendo qualche - attività di interesse comune o giocando insieme, scegliendo il videogioco ed evitando così che il bambino si isoli. Interventi terapeutici Gli interventi terapeutici possono essere molteplici e vanno dalla terapia familiare, alla visita domiciliare, alla terapia cognitiva-comportamentale, all’intervento di rete con la scuola. Ogni approccio giunge attraverso strade diverse ad un obiettivo comune, la riduzione del sintomo e la comprensione dello stesso. L’eccessivo uso di videogiochi può essere letto come un sostituto di ciò che manca ed essere rappresentativo di difficoltà familiari o relazionali con i pari. Il gioco virtuale diventa modo per fuggire dalla realtà e per sentire di appartenere ad un contesto fatto di emozioni e condivisione mentre la cameretta rifugio dalle tensioni familiari. Attraverso la visita domiciliare, un professionista insieme ai genitori può ad esempio, entrare fisicamente ma anche simbolicamente nella stanza del bambino, lasciandosi guidare nel suo mondo al fine di porre un ponte tra reale e virtuale, interessandosi con curiosità al funzionamento del gioco, ad un linguaggio nuovo e ricercando le abilità acquisite dal proprio figlio. Un genitore può aiutare il proprio figlio provando a comprendere cosa significa quel gioco per lui, quali sono gli aspetti che rinforza, come lo fa sentire, può giocare insieme concordando regole e tempi e alimentando la condivisione, la vicinanza e intensificando la loro relazione, affinché il bambino possa cominciare ad approcciarsi al gioco con leggerezza e divertimento recuperando il proprio benessere personale. Dott.ssa Deborah Feleppa, psicologa e psicodiagnosta

"L’adolescenza: tempo di grandi cambiamenti"
L’adolescenza è un periodo di profonda transizione caratterizzato da significativi cambiamenti fisici, intellettivi, affettivi e sociali. Generalmente, si distingue tra preadolescenza (11-13 anni) e adolescenza (13-18 anni) sebbene non tutti gli esperti siano d’accordo su una distinzione così rigida che non tiene conto delle variabilità individuali di ogni adolescente.
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Generalmente, si distingue tra preadolescenza (11-13 anni) e adolescenza (13-18 anni) sebbene non tutti gli esperti siano d’accordo su una distinzione così rigida che non tiene conto delle variabilità individuali di ogni adolescente. Gli adolescenti devono affrontare un mondo nuovo e complesso ed hanno il compito di imparare a confrontarsi con notevoli trasformazioni che riguardano le seguenti aree: • lo sviluppo puberale e le conseguenze sulla percezione corporea, che implica un passaggio da una struttura fisica di tipo infantile ad una simile a quella di un adulto; • la maturazione e la definizione di un ruolo sessuale, che sollecita relazioni affettive di natura diversa da quella sperimentate nell’ambiente familiare; • la modificazione dei processi cognitivi, che implica lo sviluppo del ragionamento morale e astratto e di un pensiero narrativo; • la ricerca e la conquista della identità personale, che spinge all’autonomia, all’individuazione di sé e alla separazione dai propri familiari significativi; • l’integrazione nel gruppo di coetanei, che consolida la formazione di amicizie, favorendo le relazioni con l’altro sesso rafforzano i processi di identificazione, differenziazione-individuazione e di integrazione relazionale. COSA POSSONO FARE I GENITORI PER I PROPRI “FIGLI ADOLESCENTI”? L’adolescenza può portare problemi relazionali tra genitori e figli. Essa è una fase di crescita nuova sia per i ragazzi che devono poterla vivere con serenità per raggiungere l’età adulta, sia per i genitori che si trovano spesso in difficoltà di fronte ai comportamenti incomprensibili dei propri figli, vivendo questo passaggio con molta preoccupazione. L’adolescente non è né un bambino cresciuto né un adulto in miniatura ma vive contemporaneamente un bisogno di separazione che è tanto forte quanto l’esigenza di appartenere. Egli spesso dialoga un linguaggio verbale (e non verbale) contraddittorio e ambiguo e vive il gruppo dei coetanei come fonte di sperimentazione per il proprio sé. Comprendere il loro comportamento e i loro cambiamenti è il primo passo per facilitare la relazione genitori-figli durante l’adolescenza. È importante che i genitori non si scoraggino ma si sperimentino nella possibilità di accogliere e sostenere i figli in questa fase così delicata della propria vita, apprezzandone la dualità dei comportamenti e spingendoli all’esplorazione del mondo sociale. Questo permetterebbe ai ragazzi di essere aiutati nella ricerca della propria identità e di raggiungere un senso di coerenza e continuità interna, accettando i propri limiti ed evitando il rischio di un’identità non integrata e l’identificazione con modelli devianti e socialmente indesiderabili. I genitori non dovrebbero rimproverare l’emotività dei figli: in adolescenza le emozioni vengono sentite e percepite in maniera più forte ed intensa, i ragazzi vanno assicurati che quello che sentono è adeguato. L’adolescente ha bisogno di “sfidare” il genitore e sapere che nonostante tutto, egli c’è ed è pronto a rilanciare la relazione, andando otre i contenuti verbali e ascoltando il bisogno relazionale, di affetto e vicinanza, che nascondono. È utile che i genitori sappiano gestire il conflitto perché è nella relazione con l’adulto che l’adolescente si confronta con le proprie responsabilità, sperimentando l’autorità e il limite e questo acquista un grande valore evolutivo. Lasciare spazio per esercitare l’indipendenza può essere difficile per alcuni genitori che notano come i figli trascorrendo del tempo con altri pari, condividano meno i propri pensieri e sentimenti con loro. La capacità di instaurare relazioni di amicizia è un indice di benessere psicologico e fattore protettivo dal rischio di disagio psicosociale ed implica l’aver acquisito fiducia e autostima in sé stessi e una buona capacità di negoziare con l’altro e tollerare le frustrazioni. I genitori piuttosto che demonizzare il gruppo dei pari possono provare a conoscere la realtà dell’adolescente, condividendo il loro mondo ma rispettando quegli aspetti di segretezza e privatezza che sono funzionali al mantenimento di un proprio spazio individuale. È importante che i figli sentano di potersi rivolgere al proprio genitore quando qualcosa non va e che questi si dimostrino pronti all’ascolto e in grado di sopportare ciò che ascolta. In definitiva, i genitori non devono sentirsi spaventati da questo passaggio ma mostrare fiducia nelle capacità dei propri figli, affinché essi sentano di non essere soli in questo percorso ma di potersi fidare e affidare qualora ce ne fosse bisogno.

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Dott.ssa Deborah Feleppa
PSICOLOGA PSICODIAGNOSTA
Ordine degli Psicologi della Campania Iscrizione n.7276
Studio di Battipaglia
Via Messina n. 13